CANNABIS: STORIA DI UNA PIANTA ANTICA

CANNABIS: STORIA DI UNA PIANTA ANTICA

Il termine “Cannabis” identifica le infiorescenze femminili essiccate delle piante di canapa, un genere di piante a fiore che costituisce insieme al luppolo la famiglia delle Cannabinacee.
In tutte le varietà di canapa esistenti sono contenute, in proporzioni variabili, diversi principi attivi considerati psicoattivi.
Il principale composto psicoattivo è il Delta-9-tretraidrocannabinolo (THC), contenuto in maggior concentrazione nelle infiorescenze.
Ma quante specie di questa pianta esistono?
La cannabis si divide in diverse specie, seguendo una classificazione risalente al 1924 ad opera di Janichewsky e diffusa successivamente in occidente da Richard Shultes negli anni settanta. Studiando le piante selvatiche cresciute nell'Asia centrale, Janichewsky classificò tre diverse specie:
Cannabis Sativa: la più diffusa, può arrivare fino ai 5 metri d'altezza e si presenta a forma piramidale. E' molto conosciuta per le sue fibre, usate per produrre indumenti e molti altri prodotti dell'industria tessile.
Qualche tempo fa era considerata la più grande concorrente nella produzione della carta, dato che cresce più velocemente degli alberi e non provoca conseguenze sull'ambiente.
Ma questo non servì all'industria della carta, che ritornò a produrre la carta degli alberi, disboscando un'enorme quantità di foreste.
Data la sua bassa produzione di THC (1-2%) non è molto utilizzata a scopo medicinale.
E' molto diffusa in Sudafrica, Marocco e America centro-meridionale.
Cannabis Indica: proveniente da ambienti di montagna caratterizzati da climi piuttosto rigidi come l’Himalaya, l’Afghanistan e il Nepal.
Le sue dimensioni sono molto più piccole rispetto alla c. Sativa, di solito ha un'altezza media di 1,5 metri e pertanto presenta un immensa quantità di foglie con lobi molti ampi. Non è utilizzata nell'industria tessile in quanto ha un tronco legnoso, dunque non è molto adatta.
La sua particolarità sta nella ricchezza maggiore di resina e di cannabidiolo (può contenere fino al 16% di THC nei fiori secchi) infatti tradizionalmente veniva usata in cerimonie religiose, come mezzo di meditazione, come rilassante per dormire, in vari usi medicinali e per scopi ricreativi.
In India, non solo viene fumata usando i fiori secchi delle piante femmina, ma in molte altre ricette come ad esempio in cucina o addirittura come ingrediente in pomate o unguenti per la pelle.
Cannabis Ruderalis: molto bassa, raggiunge quasi il mezzo metro di altezza, si presenta senza rami e può crescere addirittura in Siberia.
E' una pianta legnosa, che cresce lentamente, ma molto robusta e presenta un basso contenuto di THC, ecco perché non ha mai ricevuto particolari attenzioni.
In origine, sia la Sativa che la Ruderalis, venivano definite come piante non psicoattive.
Tuttavia le varietà di Cannabis Indica, possono essere incrociate con la Cannabis Ruderalis per produrre piante che possiedono sia alti livelli di THC caratteristici dell'Indica, sia le caratteristiche morfologiche della Ruderalis.
Successivamente sono stati creati diversi incroci della pianta come ad esempio la “Lowrider” che indica l'incrocio di cannabis ruderalis (Mexican Ruderalis) con cannabis Indica (Nothern Lights), realizzato dal breeder canadese Joint Doctor's.
La canapa presenta una larga radice a fittone e un fusto, eretto o ramificato, con escrescenze resinose. Le sue foglie sono picciolate e provviste di stipole, solitamente composte da 5 a 13 foglioline lanceolate, a margine dentato-seghettato e con punte acuminate.
Essendo una pianta erbacea a ciclo annuale, solitamente germina in primavera per poi fiorire in estate inoltrata, rispettando nell'arco di questo tempo i suoi periodi vegetativi e di fioritura, che possono variare in base alla sua specie. In alcuni casi, lo stato vegetativo della pianta può durare anche 6 mesi.
Le piante di canapa sono dioiche (nelle piante di alcuni gruppi sistematici, gli organi maschili e gli organi femminili si trovano su individui diversi).
I fiori maschili (staminiferi) sono riunite in pannocchie terminali e ciascuno presenta 5 tepali fusi alla base e 5 stami; mentre i fiori femminili (pistilliferi) sono invece riuniti in gruppi di 2-6 alle ascelle di brattee che formano piccole spighe.
Ogni fiore ha un calice che avvolge strettamente un ovario supero uni loculare, sormontato da due stili e due stammi. Raramente sono presenti individui ermafroditi che presentano entrambe le infiorescenze.
L’impollinazione è operata dal vento; il seme germina in primavera e la pianta fiorisce in estate inoltrata, quando le ore di luce iniziano a diminuire. In autunno compaiono i frutti costituiti da acheni duri e golosi che contengono un seme ciascuno.
Evidenti nell'ultima fase di fioritura, sono i suoi “cristalli”, chiamati in termini più specifici tricomi.
I tricomi ghiandolari, dal significato greco letterale “crescita di peli”, si presentano sulle foglie in minore quantità nelle vicinanze delle cime resinose e in maggiore quantità proprio sulle cime stesse.
Quando la pianta è giunta a maturazione, oltre alle foglie che diventano di colore giallastro, i tricomi diventano di colore ambrato, indicando quindi la fine del ciclo vitale della pianta.
E' proprio all'interno della resina che sono contenuti i suoi maggiori principi attivi.
Molto importanti dopo il raccolto, sono le sue fasi di essiccazione e conservazione, in questo modo si ottiene l'integrità dei suoi principi attivi.
Il contenuti di metaboliti secondari determina la distinzione delle varietà coltivate in due chemiotipi in relazione all’enzima preposto alla biosintesi dei cannabinoidi.
Si distingue il chemiotipo CBD (acronimo di cannabidiolo), caratterizzato dall’enzima CBDA-sintetasi che contraddistingue la canapa destinata a usi agroindustriali e terapeutici e il chemiotipo THC (tetraidrocannabinolo) caratterizzato dall’enzima THCA-sintetasi presente nelle varietà destinate a produrre psicoattivi ricavati dalle infiorescenze femminili, coperte di peli ghiandolari (tricomi come specificato prima) ricchi di THC.
Legate a quest'ultima fase sono gli estratti che si possono ricavare dalla resina, cioè l’hashish e olio.
L'Hashish è il nome attribuito ai prodotti ottenuti dalla lavorazione della resina. Esso contiene una percentuale di THC oscillante tra il 4 e il 21%.
Le tecniche di lavorazione per ottenere l'hashish variano a seconda della località in cui viene effettuata. Per esempio nei paesi islamici (come Marocco, Libano ed Egitto), le piante mature vengono battute più volte all'interno di sacchetti filtranti, al fine di ottenere una polvere da pressare per la produzione di hashish o in gergo chiamato anche “fumo”.
Mentre nella zona del subcontinente indiano, vengono raccolti solo i fiori delle piante. Questi vengono sfregati tra le mani fino ad ottenere una resina quasi gommosa.
Un altro metodo alternativo per la raccolta di hashish è quello olandese.
In Olanda si frullano le infiorescenze seccate e spezzettate insieme al ghiaccio.
Il materiale che ne risulta viene filtrato più volte all'interno di secchi contenenti tele microfiltranti, fino ad ottenere una polvere sottile, che compressa ed essiccata, diventa hashish chiamato anche con il termine Ice-solator.
L'olio invece, è l'estratto liquido concentrato sia di materiale erboso che di resina della cannabis.
L'estrazione viene effettuata in un recipiente adatto con un solvente organico a temperatura ambiente sotto agitazione, per estrazione passiva o all'ebollizione. Quando il lotto di cannabis è presumibilmente tutto estratto, la sospensione viene filtrata e il materiale estratto viene scartato.
Questo processo può di fatto, essere ripetuto più volte. Dopo che il lotto finale è stato estratto, il solvente organico viene evaporato per ottenere la consistenza dell'olio richiesta.
In generale, il liquido prodotto, si presenta con un colore marrone scuro o verde scuro e ha la consistenza di un olio denso e pastoso.
Più avanti vedremo anche altri suoi derivati e le sue applicazioni in diversi utilizzi.
Se invece il fiore produce tanta resina da intrappolare il polline prodotto dalla pianta maschio, la pianta femmina ridurrà la produzione di resina, iniziando così a produrre i semi.
Quando i semi sono maturi e pronti per produrre altre piante cadono al suolo, dando così inizio al ciclo vitale di una nuova pianta.
A differenza della femmina, la pianta maschio ha un ciclo di vita diverso, dato che non deve aspettare l'impollinazione. Così, crescendo, inizia a produrre i suoi fiori.
Ma invece di produrre fiori ricchi di resina, produce capsule piene di polline. Questa è la ragione per cui la pianta maschio non contiene nessun principio attivo.
Quando la pianta raggiunge la sua maturità, le sacche col polline iniziano ad aprirsi e dopo aver rilasciato il polline, la pianta maschio muore.
Anche se la cannabis si adatta facilmente a diversi tipi di terreno e a climi differenti, bisogna porre comunque attenzione anche ai suoi parassiti (innocui per l'uomo), che possono in qualche modo influenzare il raccolto.
I principali parassiti della cannabis sono il ragnetto rosso e gli aleurodidi.
Il ragnetto rosso è un piccolo acaro che vive solitamente sulla lamina inferiore delle foglie, dove depone le uova e può arrivare a formare colonie numerose, mentre gli aleurodidi, chiamate più comunemente mosche bianche, secernano con il movimento delle ali, una finissima polvere bianca dannosa per le foglie e i suoi internodi.
Conosciuta anche con il nome “sensimilla”, “ganja”, “maria”, “erba”, ecc.., la diffusione internazionale del termine “Marijuana”, a prescindere dall'uso, è dovuta ad una campagna mediatica promossa negli USA durante gli anni trenta dai fondatori delle neonate industrie del petrolio e della cellulosa, Lammout du Pont II e William Hearst, che scelsero di adottare un vocabolo messicano dal momento che il Messico era allora considerato ostile da parte degli Stati Uniti, fomentando così, il clima di avversione che avrebbe portato alla proibizione della pianta. Il presidente degli Stati Uniti, Franklin Roosevelt, il 14 giugno 1937 firmò il Marihuana Tax Act.
La legge, fu emanata su richiesta dall'ispettore del Federal Bureau of Narcotics (FBN) Harry Ansliger. Lo stesso riesce ad ottenere da parte dell'allora ministro del tesoro Andrew Mellon (suocero di Anslinger), l'inserimento di una clausola che delega l'FBN ad avere competenze amministrative e penali per far applicare la legge.
Quest'ultima, non vietava espressamente il consumo, la compravendita o la coltivazione ma rendeva economicamente improponibile l'utilizzo della Cannabis, non solo tassando di un dollaro qualsiasi transazione commerciale riguardante la pianta o derivati di essa, ma anche introducendo un complesso sistema burocratico cui erano soggiogati i possessori e i coltivatori. Qualsiasi tentativo di evasione veniva punito con 5 anni di prigione oppure fino a 2.000 dollari di multa, o entrambi a discrezione della corte. Questo fu solo l'inizio del proibizionismo!
Ma facciamo un passo indietro.
La pianta di Cannabis nata in Asia Centrale ma poi diffusa in Medio Oriente e per gran parte dell'area del Mediterraneo, ha una storia lunga quasi 5.000 anni.
Confrontando il significato dei termini che indicano la pianta nei gruppi linguistici Indo-europeo, Finnico, Turco e Semitrico, troviamo sempre la radice “kan”. Invece il suffisso “bis” si riferisce all'evoluzione linguistica dei termini “bosm” dall'ebraico, e “busma” dall'aramaico che vuol dire: odoroso, dal buon profumo, aromatico. (Vedi “The book of Grass” di Benetowa).
Nel libro di Frenk Mel “Marijuana Grower's guide” racconta di come gli Ariani fumavano cannabis e che probabilmente furono loro stessi ad insegnarne le proprietà sia ai popoli indiani (nei Veda, i testi sacri Hindu, si parla di una sostanza allucinogena chiamata “soma”) che gli antichi Assiri, come dimostra una tavoletta assira nella Royal Library del re Assurbanipal, nell'ottavo secolo a.C.
Come nel resto delle regioni asiatiche, la marijuana ottenne particolare attenzione anche in Cina dove è tutt'ora coltivata, lavorata ed esportata.
Venne nominata per la prima volta in un trattato di farmacologia cinese attribuito all'imperatore Shen Nung, datato circa 2737 a.C. (oltre 4.500 anni fa) e contiene probabilmente il primo riferimento all'utilizzo della cannabis in medicina, per trattare casi come reumatismo, stipsi, malaria, disturbi derivanti dal ciclo mestruale per le donne e per curare anche la depressione.
Il trattato medico Erh-Ya, compilato tra il 1200 e il 500 a.C., la chiama “Ta-Ma” che significa grande pianta, raffigurandola anche con un ideogramma composto da un uomo adulto (Ta) sopra una pianta da fibra (Ma), ad indicare la forte relazione simbiotica tra cannabis ed essere umano.
Verso il 200 a.C. Hua-T'o parla sopratutto delle sue virtù analgesiche durante le operazioni chirurgiche.
Lo storico greco Erotodo intorno al quinto secolo a.C. scrive che gli sciiti (popolazione seminomade di origine iranica) coltivavano e poi vaporizzavano la cannabis e che addirittura, gli abitanti di alcune isole mediterranee buttavano la cannabis al fuoco e poi, seduti intorno in circolo, inalavano e venivano intossicati dall'odore, il forte aroma e l'effetto della pianta venivano cosi sperimentati collettivamente. La scoperta è stata poi confermata da Artamonov, descrivendo nei dettagli i ritrovamenti di tombe sciite nei monti siberiani ai confini con la Mongolia.
La data in cui la cannabis è stata introdotta in Europa Centrale è ancora oggi sconosciuta ma probabilmente risale ad almeno 500 a.C., in quanto nel 1896 l'archeologo tedesco Hermann Busse a Wilmersdorf ritrovò alcune urne funerarie contenenti resti di cannabis risalenti appunto a quell'epoca.
Alcune fonti storiche tuttavia, fanno risalire all'800 a.C. l'uso della pianta in Grecia: pare che la bevanda indicata da Omero nell'Odissea con il nome “nephente” fosse in realtà hashish. L'ipotesi è avvalorata dal termine stesso ('ne', negativo e 'phente', ansietà) e dalla testimonianza dello storico Diodoro Siculo che descrisse l'uso di una droga da parte delle donne di Tebe (antica città greca alleata con Sparta contro Atene) efficace contro l'ansia.
Ancor prima dell'Impero Romano, la cannabis era largamente coltivata ed usata nell'isola britannica delle tribù dei Celti e dei Pitti.
I Pitti provenivano dalle terre sciite e s'insediarono nell'attuale Scozia intorno al IV secolo a.C, di fatto vennero ritrovate pipe di vario tipo e dimensione utilizzate per fumare la cannabis.
Purtroppo però, le tracce storiche di tali popolazioni vennero cancellate da monaci incaricati di stilare annali della storia ufficiale a partire dal 400 d.C., subito dopo la fine dell'Impero Romano, a causa dei loro riti pagani e della resistenza contro Anglo-Sassoni e Romani.
Nell'antica Roma, Dioscoride, medico di Nerone, riporta il primo disegno botanico della pianta all'interno del suo codice “Anicia Juliana”.
Anche Plinio il Vecchio, oltre a consigliarne l'uso medico per curare l'emicrania, riportava che vele e cordame delle galee romane erano interamente fatte di canapa.
La politica Romana del tempo, pari passo alla crescita del potere ecclesiastico, riuscì a cancellare molti culti e rituali popolari, in favore del Cristianesimo e del Sacro Romano Impero. Vietando l'apprendimento e lo studio del latino alla gente comune, le sacre scritture vennero liberatamente interpretate e riscritte dai dotti ecclesiastici, eliminando quindi le parti ritenute diaboliche ed eretiche. Questo clima di terrore colpì anche la cannabis: in Spagna venne vietata l'ingestione e in Francia per ogni uso medicinale. La bolla papale del 1484 e la repressione cattolica non riuscì comunque ad impedire la diffusione della canapa in Nord Europa come Irlanda, Inghilterra, Romania, Cecoslovacchia e Ungheria.
Anche gli egiziani ne fecero uso, sia in medicina che per cerimonie religiose, seguendo le pratiche dei persiani seguaci di Zoroastro. Pertanto, dall'Egitto, l'uso della cannabis arrivò anche in Africa, secoli prima della colonizzazione europea.
Diffusasi nelle regioni centro-meridionali dell'Africa la cannabis era coltivata, utilizzata come fibra e apprezzata per le sue qualità terapeutiche: per Pigmei, Zulu' e Ottentotti divenne un'indispensabile medicamento in casi di crampi, epilessi e gotta. Ma fu comunque venerata anche in aree diverse: dal Sud Africa al Congo al Marocco.
Altri reperti storici possono documentare come le prime pipe ad acqua con tracce di cannabis venivano usate in Etiopia nel 1320 e il fondatore turco della dinastia Moghul che governò gran parte dell'India tra il XVI e il XIX secolo, Babur il Grande, descrisse l'uso della tintura a base di marijuana e oppio in un suo scritto del 1505.
Circa mezzo secolo dopo, lo scrittore medico benedettino francese Francois Rabelais pubblicò “Gargantua e Pantagruel”, un ampia opera narrativa, dove possiamo trovare una dettagliata descrizione botanica e delle qualità psicoattive dell'“erba”.
Ma è intorno al 1500 che i viaggiatori di ritorno dall'Africa e Asia introdussero in Europa l'uso della cannabis a scopo medico-terapeutico.
Anche nell' epoca medioevale si diffusero diversi preparati a base di marijuana.
Il famoso “The Anatomy of Melancholy” del sacerdote inglese Robert Burton nel 1621, la consigliava per il trattamento della depressione, come anche un altro rimedio conosciuto dall'Europa orientale era l'applicazione delle radici di “hemp” per le infiammazioni del tessuto epidermiale, come descritto nel “New English Dispensatory” del 1794.
Ma è grazie al giovane professore indiano O'Shaughnessey che le virtù terapeutiche della pianta acquistarono fama e diffusione in occidente.
In una relazione del 1839, descrisse accuratamente gli usi ed i suoi benefici, insieme ad una serie di esperimenti su animali e persone contraddistinte da rabbia, reumatismi, epilessia e tetano, e tutti coronati da un indiscutibile successo.
Dal 1842 iniziò a raccomandarla presso medici e farmacisti inglesi e ben presto anche negli USA, dove il dott. M'Meens presentò una relazione difronte all'Ohio State Medical Society in cui si descriveva l'efficacia del farmaco a base di THC per tetano, dismenorrea, convulsioni, epilessia, gonorrea, reumatismi, nevrosi, asma, bronchiti e dolori vari.
In Italia, l'uso medico della cannabis venne citato per la prima volta dal medico Nicola Porta e dal 1894 al 1897 venne diffuso un primo studio intorno all'anatomia della canapa, presente negli Atti dell'Istituto botanico di Pavia.
Ma è il prof. Raffaele Valieri, primario dell'ospedale degli Incurabili a Napoli, ad usarla diffusamente e a raccomandarne l'uso medico, pubblicando nel 1887, anche in un curioso libretto dal titolo “La canapa agli Incurabili”, pieno di osservazioni e consigli validi ancora oggi.
Tuttavia, pare che nessuna traccia di questi insegnamenti sia rimasta nella farmacopea e nella cultura popolare del sud Italia, come rileva Cesco Ciapanna in “Marijuana e Altre Storie” (1979).
Comunque questa parte dedicata all'uso medico della pianta, nello specifico, lo vedremo più avanti nel capitolo dedicato in merito.
Nel diciottesimo secolo, la marijuana, si diffuse anche in Nord America. La maggior parte dei terreni appartenenti al fondatore e primo Presidente degli Stati Uniti d'America George Washington, erano coltivati a cannabis. Come denota una scrittura nel suo diario del 7 maggio 1765: “iniziato a separare i maschi dalle femmine, ma forse è troppo tardi”.
Anche Thomas Jefferson aveva una grande e remunerativa coltivazione di “erba”. Nel 1850, solo negli Stati Uniti c'erano 8,327 piantagioni di marijuana (ogni piantagione contava almeno 800 ettari di terreno), utilizzate sopratutto per la produzione di fibra.
In quegli anni però, era comunque la Russia a produrre circa l'80% della cannabis del mondo.
Molto presto, anche la Gran Bretagna, dovendo rimpiazzare circa 100 tonnellate di canapa ogni due anni per la sua enorme flotta, ne diventò presto il principale acquirente, mentre lo stato americano del Kentucky raggiunse la produzione record di oltre 40,000 tonnellate nel 1860.
Anche l'Italia è stata per secoli un'importante produttrice di cannabis.
I nostri contadini la producevano principalmente per due ragioni. Da una parte perché cresceva su terreni difficili da coltivare con altre piante (tipo sui terreni sabbiosi e zone paludose nelle vicinanze dei fiumi) dall'altra invece perché c'era bisogno di piante oleose, fibrose e di mangime per il bestiamo produttivo. Le piantagioni si diffusero presto in quasi tutta Italia dato che il nostro clima è particolarmente favorevole alla coltivazione di questa pianta.
Uno dei maggior agronomi bolognesi del seicento, Vincenzo Tanara, testimoniò la vitalità economica della canapa attraverso una accurata descrizione della tecnica colturale.
Grazie all'alta qualità di canapa prodotta, divenimmo il secondo produttore mondiale, dopo la Russia e successivamente il primo fornitore della marina britannica.
Ma tutto molto presto svanì, grazie all'avvento del proibizionismo.

 

 

 

 

 

 

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